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mercoledì 8 luglio 2015

Il lato peggiore di me

A volte mi sembra di impazzire. Vorrei dire la cosa giusta, vorrei far capire le mie ragioni a chi mi sta di fronte, e vorrei dirgli che la mia reazione è tutt'altro che esagerata, ma proporzionale a quel che sto dicendo.
Non ci riesco mai.
Finisco col rovinare tutto. Finisco col dire la cosa sbagliata, col tono sbagliato, nel momento sbagliato. E non riesco a rimediare.
A volte vorrei urlare le mie ragioni. Vorrei dire che non ce la faccio più a dovermi sentire sempre in colpa, per ogni minimo errore commesso, anche involontario.
Non sono una macchina. Non sono perfetta.
Vorrei che le parole dette e non pensate, venissero prese per ciò che sono: esternazioni di uno stato d'animo. Vorrei che non mi si rispondesse per forza, né che mi si chiedano le ragioni che mi spingono a determinate reazioni.
Vorrei, a volte, solo il silenzio. Perché alcune frasi sciocche, per quanto apparentemente cattive, lo meritano.
Ma è il prezzo da pagare per chi non si arrabbia mai, per chi si fa andare sempre bene tutto. A queste "creature" a parte, arrabbiarsi non è concesso. Non è concesso rispondere con enfasi, né tantomeno dire cose stupide e senza senso. Se lo fanno, diventano automaticamente "brutte persone". E attorno si crea una barriera invisibile.
Come se non ci fosse già normalmente.
Ma è quando viene costruita da chi non ci si aspetta che sì, fa male veramente.
E ci si sente in colpa anche per lo sfogo che ci si è concessi.
Dopo un po' passa tutto. Ci si sente la rabbia scivolare via come acqua di mare. Gli occhi gonfi per il pianto si asciugano, il cuore torna a battere in maniera regolare. Un respiro a fondo, e non ci si ricorda neanche più il perché di tanta sofferenza.
Ma io credo che, dentro, rimanga sempre qualcosa che ti ricordi cosa hai provato. Le sensazioni che tanto si vorrebbero evitare.
Un brandello di serenità, per quanto minuscolo e insignificante, viene sempre strappato via.

giovedì 26 marzo 2015

Presenze

È da circa un paio d'ore che sono seduta sul divano. Una gamba sull'altra, tv spenta, luce accesa.
E una presenza che mi inquieta.
Vicino a me, silenziosa, angosciante. Incolore, tristemente macchiata di nero e grigio. Quasi non mi lascia respirare. 
Ho paura di voltare lo sguardo. Ho paura che risvegli la mia coscienza beatamente assopita e che mi ricordi che il tempo scorre veloce, senza fermarsi mai.
Mi sento oppressa.
In casa, silenzio.
Sento il ronzìo del frigorifero, il ticchettìo dell'orologio, il battito del mio cuore che accelera leggermente.
Mi faccio coraggio. Mi volto piano, sposto gli occhi con una lentezza disarmante, consapevole del fatto che non si torna indietro.
E vengo travolta dal senso di colpa.
Perché sono lì.
Aperti.
Mi ricordano che l'esame è tra poco, e io li ho giusto sfiorati per mettere a tacere la coscienza.
Sento una stretta allo stomaco e così, senza preavviso, percepisco un ghigno provenire da loro. Da quelle pagine scritte e mai studiate, che sembrano dirmi col più maligno dei toni: "Te l'avevo detto".

lunedì 23 marzo 2015

Luce

Sono tornata a Roma, e sul mio autobus sono tornata a scrivere. Sembra che riesca a farlo solo qui.

Ho passato un weekend bellissimo, mi è sembrato di essere tornata indietro. Avevo tutta la mia famiglia accanto a me. Abbiamo riso tantissimo, abbiamo visto posti nuovi. Abbiamo viaggiato, non ci siamo fermati un attimo, come ai vecchi tempi. L'eclissi solare, forse l'unica che potrò mai vedere. Poi i 23 anni di matrimonio, e la certezza che, per altrettanto tempo, noi saremo felici così.

Tre giorni che sono valsi per dieci.

Ora torno alla quotidianità, con i pensieri che si avventano con cattiveria su di me.
Ma io non voglio lasciarli entrare. Non posso.
Vorrei dedicare le mie forze ad una storia.
Ma non lo dirò a nessuno. Come diceva qualcuno più in gamba di me, "a dirle le cose belle non succedono".

Mi raccomando, mio lettore immaginario.
Acqua in bocca.

lunedì 16 marzo 2015

La ragazza di vetro

Ci sono dei giorni in cui non riesco a parlare. Mi sembra di avere la lingua attaccata al palato, le labbra troppo pesanti per muoverle in modo sufficientemente veloce e accattivante.
Sento di avere i riflessi rallentati, la testa chiusa e confusa. Non mi ricordo come si sorride, né come si sostiene una conversazione.

Ma nella mia mente, i pensieri fluiscono veloci come non mai. Non sono fruibili, purtroppo. Nel senso che se lo dicessi ad alta voce, risulterebbero completamente oscuri e fuori contesto. Li devo tenere per me, lo sento.

Ci sono dei giorni in cui stacco la spina dal mondo, involontariamente, sin dal momento in cui metto i piedi appena usciti dalle coperte nelle ciabatte. Non parlo nemmeno da sola. È come se mi mancasse la forza.

Guardo il mondo scorrere sotto i miei occhi, sento le voci di chi vi è saldamente radicato, e intrattiene relazioni con esso e con chi vi abita. Vedo i sorrisi, percepisco i contatti, sento le battute scherzose e i toni un po' più alti. Sento il freddo, il caldo, il bagnato della pioggia. Cammino come sospinta da una forza che non conosco.

Ci sono dei giorni in cui mi sento immobile e fragile. Una persiana abbassata sulla finestra del mondo.

Oggi è uno di quei giorni.

mercoledì 11 marzo 2015

Soundtrack

Fino a non molto tempo fa, non vedevo troppo di buon occhio chi nei mezzi pubblici o per la strada si ostina a sentire la musica con le cuffie. 

Li vedevo lì, immersi nel loro mondo di note e parole, guardare il vuoto o la luce di uno schermo. Completamente isolati, come a ribadire l'importanza del rimanere saldamente ancorati ad un personalissimo microcosmo di pensieri. 

Non capivo la necessità del tenere costantemente una musica nelle orecchie, a qualsiasi ora del giorno e della sera. La paura di un approccio indesiderato è del tutto infondata: nessuno, in strada o nei mezzi pubblici, rivolge la parola a nessuno, neanche in caso di necessità. Mai. Piuttosto preferiscono scaricare la batteria del loro smartphone in cerca di una soluzione alternativa. Ma il contatto con l'altro, ancor più se estraneo, è fuori discussione.

Poi una volta, per curiosità o per noia, non ricordo, provai.

E capii.

La musica può isolare, è vero. Ma può anche far sentire saldamente ancorati alla realtà che scorre davanti ai nostri occhi.
Seduta sul sedile di un autobus, in piedi su un marciapiede, mi sento in perfetta sintonia con ciò che provo. I pensieri fluiscono veloci, le idee si presentano più chiare, le emozioni vengono amplificate. 

Sento di avere una mia colonna sonora portatile. Mi sento in una scena di un film, mi sembra di vedere la macchina da presa che inquadra il mio volto al di fuori del finestrino, col riflesso degli alberi e delle macchine che passano veloci. 

È vero, sono in una bolla.
Ma è trasparente. E fluttua nella realtà mia e degli altri, in un mondo dentro e fuori di me, accompagnata da una melodia che sento, e che inevitabilmente porto dentro.


lunedì 9 marzo 2015

Nessun riflesso

Ci sono dei momenti in cui mi sento profondamente inadatta. 
Sento che non potrò mai capire l'amore, né ne farò mai esperienza. Sento che non potrò lavorare producendo qualcosa di veramente mio. Sento che non potrò guidare, né essere indipendente. Che non potrò avere una vita eccezionale, ma nemmeno una vita normale.
Che quella stessa vita che mi manca, non potrò mai nemmeno portarla dentro. 

A volte, mi sento semplicemente un'ombra.

E vorrei volare via. 

giovedì 5 marzo 2015

Inconsapevoli, dolci stranezze

Avete mai pensato al sorriso che rimane dopo aver salutato una persona?

Provateci ora.

Che sia al telefono o "reale" non ha importanza. La guardiamo negli occhi, le diamo un bacio, forse due. Se non è lì, realmente di fronte a noi, tutto questo accade nella nostra mente, sempre.

Giriamo le spalle, riattacchiamo il telefono. E continuiamo a sorridere. Come se stesse ancora lì con noi, come se ci potesse vedere. Per almeno una quindicina di secondi dopo il saluto finale, il nostro viso si rifiuta inconsapevolmente di cambiare espressione. Questa muterà piano, e finirà per assumere la consueta forma nel momento in cui, nei nostri occhi, si sarà dissolta l'immagine della persona salutata. 

Il sorriso dopo il saluto è essenziale. È l'indice di quanto teniamo ad una persona o, perché no, quanto teniamo all'immagine che vogliamo dare di noi. 

Due intenti profondamente diversi.

Ma a quel punto, credetemi, sarà diverso anche il sorriso.

mercoledì 4 marzo 2015

Flashback

Ho appena avuto un flashback.

Siamo a Padova. Sono piccola, avrò meno di 10 anni. Tengo stretta la mano della mamma. Lei è intenta a tenere me, mio fratello Alessio e il suo borsone del calcio, in un perfetto quanto precario equilibrio, di quelli che solo le mamme riescono a mantenere. Ho lasciato la cartella in macchina, non mi importa dei compiti.
Camminiamo a passo svelto. Alessio per fortuna non si deve cambiare, la mamma pensa sempre a mettergli il completino da calcetto prima di uscire di casa, per poi coprirlo adeguatamente per non fargli prendere freddo, soprattutto alla gola. Lo fa anche con me. Lei lo fa sempre.

Poi il flashback fa un balzo in avanti, e io mi ritrovo seduta sulle grandi gradinate del campo da calcio. Guardo Alessio fare i suoi esercizi, e mamma è vicino a me. Scambia qualche parola con le altre signore che hanno accompagnato i propri figli alla lezione. Io le guardo mentre parlano, gesticolano e ridono. Ammiro la mamma mentre riesce ad intrattenere una conversazione di qualsiasi tipo in maniera impeccabile, sorridendo e ascoltando al momento opportuno. La guardo incantata, e penso che da grande vorrei essere come lei.

Poi Alessio finisce. Mamma lo cambia, lo copre, e ci compra la merenda. Se chiudo gli occhi, sento in bocca il sapore di quei piccoli e soffici panini al latte, ripieni di qualcosa che, ancora oggi, non riesco a capire... No, un attimo. I panini appartengono ad un altro ricordo.

Non ha importanza.

Entrambi condividono la stessa felicità. La stessa spensieratezza. Gli stessi sguardi, gli stessi sorrisi.

martedì 3 marzo 2015

Supernova

La mia testa è un vorticare di pensieri. Tanti, troppi. Si affollano in maniera scomposta, spingono, si accavallano in un disordine infinito, in cui a volte ho perfino paura di entrare. Alcuni hanno una discreta grammatica e sintassi. Sono "narrativi". Si addobbano di parole ricercate, di punti e virgole, per il puro piacere narcisistico di mirarsi e rimirarsi, sentirsi importanti, dirsi da soli che sono belli e profondi. Presuntuosi.

A volte vorrei che nella mia testa ci fosse un dattilografo a comando. Appena riconosce il pensiero-Narciso, ecco che il dattilografo si attiva. E scrive. Tutto. Ogni aggettivo, ogni punto, ogni virgola.
Vorrei stampare tutto. Farli uscire dalla gola, dagli occhi, dalle mani. 

Il loro desiderio sarebbe soddisfatto. 
Li potrei ammirare anche io. E, perché no, magari catalogarli per lunghezza, oppure per argomento. Tutti stipati in cartelline divise opportunamente per colore. Wow.

Però non è possibile. E regna il caos. Come una stella che esplode, il libro della mia mente si frantuma non appena io cerco di aprirlo, di leggere qualcosa. Polvere e carbonio e scintille. Una galassia in perenne mutamento.

Vorrei un'equazione. Una teoria del tutto che riordini il mio piccolo universo.

E, forse, potrei riordinare anche la mia vita.

sabato 21 febbraio 2015

Equilibrio. Forse.

Entro nel blog dopo circa tre mesi. Un po' mi dispiace dover ammettere che il primo post del 2015 lo sto scrivendo ora, a febbraio ormai quasi concluso. Ma i miei tre inesistenti lettori lo sanno... La costanza non è il mio forte.
Avrei voluto aprire quest'anno con qualcosa di straordinario. Un messaggio di speranza, di augurio, di cambiamento. Eppure eccomi qui, che riprendo a scrivere dopo mesi di inattività, a cercare di dare una forma precisa a quest'angolino remoto del web.
Credo di non aver scritto perché il mio stato d'animo non ha più ricevuto violente scosse. Alti e bassi, per carità, non sono sempre stata in formissima... Però credo di aver raggiunto una sorta di equilibrio. Sarà il periodo di esami, saranno le novità che si stanno accumulando sempre più e che, sento - o spero - stanno per esplodere come una bomba a orologeria... Però sì, devo dire che mi sento tranquilla. Moderatamente soddisfatta, consapevole di una non magnifica forma fisica (mi riprenderò presto, giuro) ma comunque non depressa, ecco.
Un piccolo traguardo, forse.

Vorrei tanto scrivere almeno un post al giorno su questo blog. Per me stessa. 
Non prometto nulla, ma ci proverò.

Speriamo che duri.

mercoledì 9 luglio 2014

"Le faremo sapere".

Ok, mi sembra quasi irreale. 

Molte cose sembrano finalmente funzionare.

Come avevo già accennato, il mio umore in questi giorni è salito un gradino più su. La ragione non l'ho ancora ben intuita del tutto (sarà il 30 e lode dell'ultimo esame o il destino che finalmente si è accorto anche di me?), però ciò non toglie che mi senta comunque pervasa da una sorta di instabilità diffusa. Da cosa è data? Dal fatto che non so se tutto questo è destinato a durare. Cos'è, un trabocchetto forse?!

Mi odio quando non ho fiducia negli avvenimenti. Devo anche ammettere, tuttavia, che una certa esperienza mi ha fatto capire che le "cose belle" non sono destinate a durare. Che quando inizi a prenderci gusto e ad aspettartele... Puf, scompaiono magicamente, quasi facendoti dubitare del fatto che esse siano realmente mai esistite.

Ho paura che questo sia solo un periodo di prova. Che mi stia facendo congetture ed aspettative inesistenti, il cui subdolo scopo finale è solo quello di farmi perdere tempo.

Tempo che devo dedicare al prossimo esame.
Che ho tra qualche giorno.
Di cui ho studiato mezza pagina su 900 totali.

Quanto vorrei un pensatoio.


venerdì 4 luglio 2014

Mode on

Sto attraversando una fase in cui ci vuole davvero, davvero poco perché il mio umore cambi all'improvviso, in meglio o in peggio. Ciò significa che la mia giornata può essere disgraziatamente buttata a terra anche da una cretinata ma, del resto, risollevata miracolosamente da un'altrettanto piccola sciocchezza.

Mi sento estremamente vulnerabile... O, meglio, emotivamente flessibile.

Non so se vederla come una piccola fortuna o meno.

Intanto, cerco di tenermi stretto quel po' di bello che impone ai miei giorni di virare nella direzione giusta, quella col vento a favore.

Spero non sia solo una demo.


martedì 27 maggio 2014

Il lato oscuro

Spero davvero che nessuno mi legga.

Mi sono resa conto che io non seguirei mai un blog come il mio. Da tutti i post emerge il mio "lato oscuro", quello che ho dentro e che non ho il coraggio di dire. Emergono le paure di una ragazza triste, scontenta, malinconica. Sembra davvero che io sia così sempre, che veda la vita come non dovrei, che io la affronti senza stringerla tra le mani, in pugno. Sembra che la solitudine sia la compagna più fidata dei miei dialoghi con me stessa, che io voglia evadere sempre e comunque, che voglia rifugiarmi in un passato che non torna o, semplicemente, avere qualche certezza in più sul futuro. Mai allegria, mai vita vera, mai speranza. 

In fondo, un po' è così.

Ma ci tengo a dirlo: io non sono solo questo.

Scrivo quando mi sento sola. Scrivo quando ho voglia di sfogarmi, di urlare al mondo che esisto. Traggo riflessioni da stralci di vita che, penso, sia inutile raccontare nei dettagli.
Quando la tristezza mi assale, quando ho voglia di piangere, quando sento che solo un foglio elettronico può capirmi... io scrivo. E subito dopo mi sento più libera, più sollevata. Un po' meno triste.

La vetrina scura che ho creato in questo spazio inesistente della rete mi aiuta a proteggere la piccola luce che quotidianamente tento di ravvivare. E' confortante sapere che qualcosa mi ascolta.

Non mi interessa se qualcuno mi legge o meno.
Ma so per certo che chi dovesse farlo leggerebbe uno stralcio della mia anima. Un piccolo angolo nascosto nelle profondità del mio io che potrà trovare solo qui, chiuso nel cassetto. 
E che mai, mai porterò alla luce.

- Perché scrivi solo cose tristi? -
- Perché quando sono felice, esco. -
- Luigi Tenco -

lunedì 26 maggio 2014

Fuori dal guscio

Torno alla realtà, dopo essere stata in quella magnifica nuvola protetta quasi più di una settimana. Torno a Roma, torno a studiare, torno in quella che dovrebbe essere la mia realtà. Mia e di nessun altro.

Sembrerà strano, ma davvero, non riesco a staccarmi. Non riesco. Parto, e immagino il momento in cui tornerò dalla mia famiglia. Stento a credere che riuscirò davvero a crearmi una vita da sola, per conto mio. Penso che la vera felicità siano loro, e mi riesce difficile immaginare un legame più forte con un estraneo. Sarà che non mi è mai capitato, sarà che non ho minimamente idea di come si possa amare... Sarà che il solo pensiero mi spaventa terribilmente.

Cambierò?

Se da un lato lo spero, dall'altro ho paura che non succederà. E continuerà ad essere tutto un sogno, e vivrò nella proiezione di un desiderio, lo stesso che si ha da piccole, quando si guardano per la prima volta quelle splendide favole Disney.

Perché, in fondo, io mi sento piccola. Sento di aver bisogno di una guida, di una protezione.
Forse anche gli altri mi vedono così.

venerdì 23 maggio 2014

Assenza

Credo di iniziare ad avere paura della solitudine.

Un silenzio disarmante riempie tutto. Una parte di me che cerca disperatamente di parlarmi, di dirmi le cose come stanno, di spronarmi sì, a volte. Ma anche di farmi male. Di pungere. Di servirmi su un piatto freddo la realtà che non vorrei.

E l'altra parte?

Vorrebbe solo fuggire. Il più lontano possibile. Cercare un luogo isolato, protetto. E urlare.

Non riesco a capirmi più.

Cosa è cambiato?

Credo che la vita mi debba almeno una spiegazione.

giovedì 17 aprile 2014

In catene

Questi giorni sono strani davvero. Non capisco. Cerco disperatamente di mettere le mie emozioni in poesia, qualche volta perfino ci riesco. Ma allora perché non mi libero? Perché non mi svuoto, una volta tanto?

Il riflesso che mi restituisce lo specchio non mi piace più. Vedo una ragazza triste, non soddisfatta di se stessa e poco o niente della sua vita. Troppo spesso piange in silenzio, troppe volte la ragione risiede in una solitudine malsana.

Vuole abbattere quel muro che la separa da un mondo vero, dove la pioggia non cade quasi mai, dove la volontà vince sulla tristezza, dove la solitudine esiste solo se cercata.

Voglio evadere.

Adesso.

giovedì 20 marzo 2014

Limbo

Più passa il tempo, e più mi rendo conto che la scrittura colma momenti di vuoto interminabile. C'è silenzio, qui. Posso sentire il rumore del tempo che scorre.
Mi sento in una bolla. Instabile, fragilissima. Sento dentro di me un'inspiegabile euforia, smorzata in maniera violenta da un'entità che nemmeno io sono in grado di poter definire. È come se mi stessi per lanciare nel vuoto, volessi realmente lanciarmi, ma qualcuno mi tiene per il colletto della maglia.

Desidero che il tempo passi in fretta, forse per la prima volta. Vorrei che arrivasse presto stasera, per poter fare ciò che di più monotono e istituzionalizzato c'è nella mia vita: cena, film, letto. Eppure tutto ciò si scontra profondamente con la mia volontà di lanciarmi. Forse è questa malsana esigenza che mi tiene per il colletto e mi impedisce di cadere, là, dove nessuno mi può vedere, dove nessuno mi può sentire né contraddire. Là, dove posso essere me stessa.

Mi sento in un Limbo.
Forse, è solo paura.

giovedì 27 febbraio 2014

La lente dell'anima

A volte avrei solo bisogno di qualcuno che riesca a capirmi, senza che io debba dare troppe spiegazioni. Qualcuno che non abbia bisogno di istruzioni per riuscire a leggere quello che ho dentro.

Empatia.

Il silenzio che urla più di mille voci. Un abbraccio che riempie, mentre due cuori non si sovrappongono, completano un vuoto, quasi fossero due ingranaggi perfettamente incastrati l'un l'altro. 
La poesia di uno sguardo che solo tu puoi leggere, capire, interpretare.

Tu.

Ma poi, tu chi?

sabato 15 febbraio 2014

Fame di luce

La luce di una luna bianco latte penetra dolcemente i vetri della mia finestra. Credo di non averla mai vista così grande, tonda. Catalizza la mia attenzione, quasi mi invitasse ad uscire fuori.

Non fa freddo. L'aria è fresca, mi avvolge. Il parco su cui sporgo è avvolto da una tenebra insolita, attenuata dalla luce intensa di quel faro circolare.
La luna è avvolta da una poesia singolare, tutta sua. Diversamente dal sole, lei si fa guardare negli occhi. 

Mi incanto. Sento un brivido freddo risalire lungo tutta la schiena, preda di un vento che si ribella ai tentativi della natura di ricreare un clima più estivo. Forse dovrei rientrare. Forse è un avvertimento. Forse è una sfida a rimanere.

Nessuna nuvola. Non ho mai visto Roma così. Un tappeto di stelle incornicia quello scorcio di città.

Respiro. Sento il profumo della notte impadronirsi dei miei sensi. Indescrivibile.
Strano. Ogni volta che sento quel profumo, ogni volta che vengo rapita dal richiamo della notte, sento che qualcosa accadrà. O forse, semplicemente lo spero.
È una sensazione immediata. Parte dalla pancia, per poi risalire la schiena, le spalle, il collo. Immagini di estati passate in barca a guardare le stelle, ricordi di notti infinite avvolte da felice solitudine, di insolita speranza, di sogni che si devono avverare per forza perché, solitamente, lo status di "sogni" a loro non viene concesso.

È in questi momenti che mi viene voglia di afferrare la vita a due mani, di urlarle di non scappare via da me, di chiederle perché mi sta facendo aspettare tanto.

Io so che ci Sei. Lo sento. Eppure, a volte, non lo sento abbastanza.

Il cielo, con le sue stelle, ha deciso di mettersi a nudo per quello che è. La luna, senza veli, concede la sua luce a chi di luce non ne ha più.

Vorrei farlo anche io. O almeno, averne l'occasione.

Vorrei nutrirmi del mio passato e sbirciare il mio futuro, almeno per un istante. 
Potrei finalmente confidare alla luna, alle stelle, a questa notte purtroppo non infinita, la fondatezza delle mie speranze.

Di quella luce, finalmente, potrei goderne anche io.

lunedì 27 gennaio 2014

Treni

Un'occasione. Chiedo solo questo. Non voglio che vada bene per forza, non voglio gli applausi. Voglio solamente un'opportunità. Per una volta nella mia vita, mi piacerebbe dimostrare chi sono. Mi piacerebbe dire agli altri ciò che ho dentro. Mi piacerebbe che fossero gli altri a chiedermelo.

Ma soprattutto, mi piacerebbe dimostrare a me stessa la forza dei miei sogni. Vorrei che "l'altra me", quella che si butta giù, quella che non si rialza, quella che piange nella solitudine di una stanza, capisse quanta soddisfazione si nasconde nella speranza di un sogno. Vorrei che, per una volta, prevalesse la parte vincente, quella che crede, quella che sogna e vince.

Vorrei dire a me stessa quanto valgo. E, per una volta, non avere il rimpianto di non averci creduto abbastanza.


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