domenica 24 maggio 2015

Toc toc

L'ho fatto. Di nuovo.

Mio papà qualche giorno fa mi ha definito come "la persona più incostante che io conosca" (parole sue).
Come dargli torto?
Ero arrivata a scrivere almeno 3/4 post a settimana di media e poi, d'improvviso, ho smesso. Colpa della Pasqua, mi verrebbe da dire. Eh già, perché quando sei con le persone care i pensieri negativi, quelli che fanno star male, che affollano la testa e annebbiano la razionale visione delle cose, improvvisamente, svaniscono.
Forse non si ha tempo di lasciarli entrare.
Forse, semplicemente, il tuo inconscio ti fa notare quanto piccole fossero le case nere che ti eri costruito e in cui, quotidianamente, passavi le giornate con le tapparelle abbassate.

Potrei dare la colpa della mia assenza al fatto che ho preso davvero di rado l'autobus, la mia prima fonte di ispirazione per pensieri profondi e mediocri, la mia vera finestra sul mondo, il palco sopra il quale il mio cervello amava esibirsi in lunghe quanto (forse) inutili elucubrazioni.
Ho smesso, a poco a poco, di andare all'università tutti i giorni. Ci vado solo quando serve. E allora perché prendere l'autobus? E, dunque, perché scrivere?

La verità è che, in questo periodo, non ne ho sentito il bisogno. Ero ok. Non vedevo né tutto nero né tutto bianco. Semplicemente un grigio pallido, con qualche spruzzata sporadica di nero ma anche, perché no, qualche chiazza di bianco.
Ero ok.

Ma ora sono tornata. Non mi sento giù, lo giuro. Forse è la mia coscienza che mi ha detto di tornare. Forse il mio subconscio. Forse è la necessità.

Eppure sono qui.
Spero solo sia un buon segno.

giovedì 26 marzo 2015

Presenze

È da circa un paio d'ore che sono seduta sul divano. Una gamba sull'altra, tv spenta, luce accesa.
E una presenza che mi inquieta.
Vicino a me, silenziosa, angosciante. Incolore, tristemente macchiata di nero e grigio. Quasi non mi lascia respirare. 
Ho paura di voltare lo sguardo. Ho paura che risvegli la mia coscienza beatamente assopita e che mi ricordi che il tempo scorre veloce, senza fermarsi mai.
Mi sento oppressa.
In casa, silenzio.
Sento il ronzìo del frigorifero, il ticchettìo dell'orologio, il battito del mio cuore che accelera leggermente.
Mi faccio coraggio. Mi volto piano, sposto gli occhi con una lentezza disarmante, consapevole del fatto che non si torna indietro.
E vengo travolta dal senso di colpa.
Perché sono lì.
Aperti.
Mi ricordano che l'esame è tra poco, e io li ho giusto sfiorati per mettere a tacere la coscienza.
Sento una stretta allo stomaco e così, senza preavviso, percepisco un ghigno provenire da loro. Da quelle pagine scritte e mai studiate, che sembrano dirmi col più maligno dei toni: "Te l'avevo detto".

lunedì 23 marzo 2015

Luce

Sono tornata a Roma, e sul mio autobus sono tornata a scrivere. Sembra che riesca a farlo solo qui.

Ho passato un weekend bellissimo, mi è sembrato di essere tornata indietro. Avevo tutta la mia famiglia accanto a me. Abbiamo riso tantissimo, abbiamo visto posti nuovi. Abbiamo viaggiato, non ci siamo fermati un attimo, come ai vecchi tempi. L'eclissi solare, forse l'unica che potrò mai vedere. Poi i 23 anni di matrimonio, e la certezza che, per altrettanto tempo, noi saremo felici così.

Tre giorni che sono valsi per dieci.

Ora torno alla quotidianità, con i pensieri che si avventano con cattiveria su di me.
Ma io non voglio lasciarli entrare. Non posso.
Vorrei dedicare le mie forze ad una storia.
Ma non lo dirò a nessuno. Come diceva qualcuno più in gamba di me, "a dirle le cose belle non succedono".

Mi raccomando, mio lettore immaginario.
Acqua in bocca.

lunedì 16 marzo 2015

La ragazza di vetro

Ci sono dei giorni in cui non riesco a parlare. Mi sembra di avere la lingua attaccata al palato, le labbra troppo pesanti per muoverle in modo sufficientemente veloce e accattivante.
Sento di avere i riflessi rallentati, la testa chiusa e confusa. Non mi ricordo come si sorride, né come si sostiene una conversazione.

Ma nella mia mente, i pensieri fluiscono veloci come non mai. Non sono fruibili, purtroppo. Nel senso che se lo dicessi ad alta voce, risulterebbero completamente oscuri e fuori contesto. Li devo tenere per me, lo sento.

Ci sono dei giorni in cui stacco la spina dal mondo, involontariamente, sin dal momento in cui metto i piedi appena usciti dalle coperte nelle ciabatte. Non parlo nemmeno da sola. È come se mi mancasse la forza.

Guardo il mondo scorrere sotto i miei occhi, sento le voci di chi vi è saldamente radicato, e intrattiene relazioni con esso e con chi vi abita. Vedo i sorrisi, percepisco i contatti, sento le battute scherzose e i toni un po' più alti. Sento il freddo, il caldo, il bagnato della pioggia. Cammino come sospinta da una forza che non conosco.

Ci sono dei giorni in cui mi sento immobile e fragile. Una persiana abbassata sulla finestra del mondo.

Oggi è uno di quei giorni.

domenica 15 marzo 2015

...ma credi fermamente

Questa sera, un film mi ha fatto vivere un sogno. Una favola. LA favola.

Cenerentola.

Non mi emozionavo così da parecchio tempo. Ogni singolo fotogramma lasciava trasparire magia, sensibilità, delicatezza, speranza.

"Non ci credo più", diceva piangendo. Mi sono rivista tantissimo. 

Poi, il miracolo. Il riscatto. La magia.

Mi ha dato una carica di speranza incredibile. Perché è vero, le fate madrine non esistono... Ma esistono la sofferenza, il coraggio, i sogni infranti e quelli che si realizzano. E la la zucca che si trasforma in carrozza, il vestito meraviglioso, il principe azzurro sono tratti delicatamente romanzati, emblema di una vita che può migliorare.

Non ci credevo più neanche io.
Ora ci voglio credere. Almeno un pochino.

Almeno per continuare a sognare.

mercoledì 11 marzo 2015

Soundtrack

Fino a non molto tempo fa, non vedevo troppo di buon occhio chi nei mezzi pubblici o per la strada si ostina a sentire la musica con le cuffie. 

Li vedevo lì, immersi nel loro mondo di note e parole, guardare il vuoto o la luce di uno schermo. Completamente isolati, come a ribadire l'importanza del rimanere saldamente ancorati ad un personalissimo microcosmo di pensieri. 

Non capivo la necessità del tenere costantemente una musica nelle orecchie, a qualsiasi ora del giorno e della sera. La paura di un approccio indesiderato è del tutto infondata: nessuno, in strada o nei mezzi pubblici, rivolge la parola a nessuno, neanche in caso di necessità. Mai. Piuttosto preferiscono scaricare la batteria del loro smartphone in cerca di una soluzione alternativa. Ma il contatto con l'altro, ancor più se estraneo, è fuori discussione.

Poi una volta, per curiosità o per noia, non ricordo, provai.

E capii.

La musica può isolare, è vero. Ma può anche far sentire saldamente ancorati alla realtà che scorre davanti ai nostri occhi.
Seduta sul sedile di un autobus, in piedi su un marciapiede, mi sento in perfetta sintonia con ciò che provo. I pensieri fluiscono veloci, le idee si presentano più chiare, le emozioni vengono amplificate. 

Sento di avere una mia colonna sonora portatile. Mi sento in una scena di un film, mi sembra di vedere la macchina da presa che inquadra il mio volto al di fuori del finestrino, col riflesso degli alberi e delle macchine che passano veloci. 

È vero, sono in una bolla.
Ma è trasparente. E fluttua nella realtà mia e degli altri, in un mondo dentro e fuori di me, accompagnata da una melodia che sento, e che inevitabilmente porto dentro.


lunedì 9 marzo 2015

Nessun riflesso

Ci sono dei momenti in cui mi sento profondamente inadatta. 
Sento che non potrò mai capire l'amore, né ne farò mai esperienza. Sento che non potrò lavorare producendo qualcosa di veramente mio. Sento che non potrò guidare, né essere indipendente. Che non potrò avere una vita eccezionale, ma nemmeno una vita normale.
Che quella stessa vita che mi manca, non potrò mai nemmeno portarla dentro. 

A volte, mi sento semplicemente un'ombra.

E vorrei volare via. 

Ma quali mimose?

8 marzo 2015.
Festa della donna.

Sono sola, a casa, senza nessuno. È domenica. Mi sono svegliata alle 9:30, alzata dal letto alle 10:30. Avevo scongelato un cornetto ieri sera, di quelli che lievitano durante la notte. Mi innervosisco vedendo che non è cresciuto. Eppure gli avevo messo un tovagliolo sopra... Pazienza.

Faccio colazione con un caffè, il cornetto sottosviluppato e un film con Danny DeVito e Arnold Shwarzenegger nei panni di un uomo che decide di portare avanti un esperimento che lo avrebbe portato a dare alla luce un bambino. Devo dire che vedere il protagonista di Terminator e Conan il Barbaro nei panni di un "mammo incinto" mi ha inquietato non poco. Ma vabbè.

In men che non si dica si fanno le 13. Meraviglioso! Si mangia ancora. Mi preparo l'equivalente di due porzioni di mezzelune in brodo e me le sbafo in circa 2 minuti e qualcosa, facendo zapping tra i programmi spazzatura che i canali minori offrono la domenica pomeriggio.
Il tutto rigorosamente in pigiama.

La mia seconda parte della giornata passa così. Il sottofondo della televisione accompagna il mio tragitto dal divano al letto e viceversa, il tutto addolcito da un paio di cucchiaini di nutella, un Mon Cheri e un Chupa Chups alla coca cola. La poca dignità che mi è rimasta cerca di farsi spazio a fatica nel tunnel occupato dalla pigrizia, facendomi prendere in un guizzo di lucidità penne, quaderni e appunti.
La cosa dura sì e no una quindicina di minuti.
In un lampo improvviso di follia, decido di prepararmi una tortina veloce alle mele e cannella per sopprimere la noia e la mia voglia di dolci. Voglio sperimentare, così invento di testa mia la ricetta e via in forno. Mi sento soddisfatta.

Raggiungo trionfante il divano, ricominciando il mio zapping. Avrà la meglio un film con Adriano Celentano e Ornella Muti, "Innamorato pazzo", visto e rivisto una ventina di volte, ma sempre simpatico e comunque adatto al mio modus operandi di oggi.
Verso le 18:30 mi assale una fame (o voglia di mangiare... Non saprei) terribile, e così decido di aprire una scatola di ricotta che avevo preso ieri al supermercato. Ne mangio un po', poi la mia dignità si rifa viva e mi impone di smettere. Spengo il forno, tiro fuori la mia tortina inventata... Dal profumo, l'esperimento sembra riuscito.

Sono le 19:30, e la fame si fa risentire. Decido di mandare a quel paese le mie abitudini e di mettere in forno un cordon bleu e qualche mini tortino di verdure.  Apro una piadina, e ci spalmo sopra la ricotta precedentemente aperta, insieme a qualche fettina di salame. Et voilà.

In TV è iniziato un altro film con Celentano e la Muti, "Il bisbetico domato". Si vede che è giornata. 
Ma io voglio vedere una sciocca commediola americana, così opto per un film con quel figaccione di Ashton Kutcher ("Killers"). Devo rifarmi gli occhi e deprimermi sul fatto che uno così può esistere giusto in un film... Ma non prima di aver scritto un tweet da tagliarsi le vene su questa insulsa giornata.

Proverò la mia pseudo tortina di mele verso la fine della serata (e si parla comunque delle 22... Wooo), constatando che sono una fottuta pasticcera. Coronerà il tutto il finale della puntata di "Braccialetti Rossi", mai vista in vita mia, ma stasera va così.

Ed ora sono qui, a scrivere un post che non leggerà nessuno sulla mia entusiasmante festa della donna, dopo aver saputo che mio fratello di 7 anni ha intrattenuto al karaoke 90 persone e mamma e papà hanno passato la giornata tra vino, cibo e trenini "peppeppe". 

Io ho ricevuto 3 auguri, e il mio vestito d'onore è il pigiama di pile. La TV è accesa, il letto è sfatto e lo stomaco è in subbuglio.

Uno sballo.

Tanti auguri a me.

giovedì 5 marzo 2015

Inconsapevoli, dolci stranezze

Avete mai pensato al sorriso che rimane dopo aver salutato una persona?

Provateci ora.

Che sia al telefono o "reale" non ha importanza. La guardiamo negli occhi, le diamo un bacio, forse due. Se non è lì, realmente di fronte a noi, tutto questo accade nella nostra mente, sempre.

Giriamo le spalle, riattacchiamo il telefono. E continuiamo a sorridere. Come se stesse ancora lì con noi, come se ci potesse vedere. Per almeno una quindicina di secondi dopo il saluto finale, il nostro viso si rifiuta inconsapevolmente di cambiare espressione. Questa muterà piano, e finirà per assumere la consueta forma nel momento in cui, nei nostri occhi, si sarà dissolta l'immagine della persona salutata. 

Il sorriso dopo il saluto è essenziale. È l'indice di quanto teniamo ad una persona o, perché no, quanto teniamo all'immagine che vogliamo dare di noi. 

Due intenti profondamente diversi.

Ma a quel punto, credetemi, sarà diverso anche il sorriso.

mercoledì 4 marzo 2015

Flashback

Ho appena avuto un flashback.

Siamo a Padova. Sono piccola, avrò meno di 10 anni. Tengo stretta la mano della mamma. Lei è intenta a tenere me, mio fratello Alessio e il suo borsone del calcio, in un perfetto quanto precario equilibrio, di quelli che solo le mamme riescono a mantenere. Ho lasciato la cartella in macchina, non mi importa dei compiti.
Camminiamo a passo svelto. Alessio per fortuna non si deve cambiare, la mamma pensa sempre a mettergli il completino da calcetto prima di uscire di casa, per poi coprirlo adeguatamente per non fargli prendere freddo, soprattutto alla gola. Lo fa anche con me. Lei lo fa sempre.

Poi il flashback fa un balzo in avanti, e io mi ritrovo seduta sulle grandi gradinate del campo da calcio. Guardo Alessio fare i suoi esercizi, e mamma è vicino a me. Scambia qualche parola con le altre signore che hanno accompagnato i propri figli alla lezione. Io le guardo mentre parlano, gesticolano e ridono. Ammiro la mamma mentre riesce ad intrattenere una conversazione di qualsiasi tipo in maniera impeccabile, sorridendo e ascoltando al momento opportuno. La guardo incantata, e penso che da grande vorrei essere come lei.

Poi Alessio finisce. Mamma lo cambia, lo copre, e ci compra la merenda. Se chiudo gli occhi, sento in bocca il sapore di quei piccoli e soffici panini al latte, ripieni di qualcosa che, ancora oggi, non riesco a capire... No, un attimo. I panini appartengono ad un altro ricordo.

Non ha importanza.

Entrambi condividono la stessa felicità. La stessa spensieratezza. Gli stessi sguardi, gli stessi sorrisi.

martedì 3 marzo 2015

Supernova

La mia testa è un vorticare di pensieri. Tanti, troppi. Si affollano in maniera scomposta, spingono, si accavallano in un disordine infinito, in cui a volte ho perfino paura di entrare. Alcuni hanno una discreta grammatica e sintassi. Sono "narrativi". Si addobbano di parole ricercate, di punti e virgole, per il puro piacere narcisistico di mirarsi e rimirarsi, sentirsi importanti, dirsi da soli che sono belli e profondi. Presuntuosi.

A volte vorrei che nella mia testa ci fosse un dattilografo a comando. Appena riconosce il pensiero-Narciso, ecco che il dattilografo si attiva. E scrive. Tutto. Ogni aggettivo, ogni punto, ogni virgola.
Vorrei stampare tutto. Farli uscire dalla gola, dagli occhi, dalle mani. 

Il loro desiderio sarebbe soddisfatto. 
Li potrei ammirare anche io. E, perché no, magari catalogarli per lunghezza, oppure per argomento. Tutti stipati in cartelline divise opportunamente per colore. Wow.

Però non è possibile. E regna il caos. Come una stella che esplode, il libro della mia mente si frantuma non appena io cerco di aprirlo, di leggere qualcosa. Polvere e carbonio e scintille. Una galassia in perenne mutamento.

Vorrei un'equazione. Una teoria del tutto che riordini il mio piccolo universo.

E, forse, potrei riordinare anche la mia vita.

mercoledì 25 febbraio 2015

Fatto✔️

Oggi ho fatto una lista.
Non è la prima volta, in realtà. L'avevo già fatto, e spesso anche, per cercare di mettere ordine alle cose che vorticavano nella mia testa. Comincio a scrivere a partire dalle cose che ritengo più urgenti o più importanti, per poi finire spesso ad inserire tutto quello che non sono ancora riuscita a fare, ma che ragionevolmente non farò entro la fine della giornata per mancanza di ore. Quando finisco di scrivere, avverto sempre un senso di diffusa soddisfazione. Mi sento una persona organizzata, che sa quel che deve fare, che non disattende gli impegni. Magari sentissi la stessa sensazione anche nella "realtà". Magari avessi una ragione concreta per sentirmi così.

Oggi però ho fatto passi avanti. Ho concluso una buona parte delle cose presenti nella lista. Questo post era una di quelle.

Un po' di soddisfazione, in effetti, ora la sento.

Se avessi tre desideri da esprimere, uno di quelli sarebbe senz'altro l'avere un po' di costanza in più.

sabato 21 febbraio 2015

Equilibrio. Forse.

Entro nel blog dopo circa tre mesi. Un po' mi dispiace dover ammettere che il primo post del 2015 lo sto scrivendo ora, a febbraio ormai quasi concluso. Ma i miei tre inesistenti lettori lo sanno... La costanza non è il mio forte.
Avrei voluto aprire quest'anno con qualcosa di straordinario. Un messaggio di speranza, di augurio, di cambiamento. Eppure eccomi qui, che riprendo a scrivere dopo mesi di inattività, a cercare di dare una forma precisa a quest'angolino remoto del web.
Credo di non aver scritto perché il mio stato d'animo non ha più ricevuto violente scosse. Alti e bassi, per carità, non sono sempre stata in formissima... Però credo di aver raggiunto una sorta di equilibrio. Sarà il periodo di esami, saranno le novità che si stanno accumulando sempre più e che, sento - o spero - stanno per esplodere come una bomba a orologeria... Però sì, devo dire che mi sento tranquilla. Moderatamente soddisfatta, consapevole di una non magnifica forma fisica (mi riprenderò presto, giuro) ma comunque non depressa, ecco.
Un piccolo traguardo, forse.

Vorrei tanto scrivere almeno un post al giorno su questo blog. Per me stessa. 
Non prometto nulla, ma ci proverò.

Speriamo che duri.

lunedì 17 novembre 2014

Social-solitudine

I social network ci hanno rammolliti. Tutti.

Siamo amici senza neanche cosa significhi l'agitazione che si prova nel dire un "ciao". Preferiamo il piacere voyeuristico dello "spiare" il mondo dietro la finestra virtuale di uno schermo. Abbiamo dimenticato il reale significato di "contatto".

Ho notato che la quasi totalità delle persone con cui ho avuto a che fare (principalmente apparteneti alla mia generazione, quella "social", dunque) non riesce a mantenere un contatto visivo che duri poco più di qualche frazione di secondo. Durante una conversazione si è portati a guardare altrove, proprio e soprattutto nel momento in cui è il nostro turno di argomentazione. Questo avviene non necessariamente con quelle persone che ci mettono in soggezione. Avviene e basta.

La base della conversazione, il contatto visivo, è stata quasi totalmente perduta.

Ci stiamo dimenticando come si fa. Come ci si approccia all'altro senza una possibile mediazione.

Perché preferiamo un messaggio al suono di una voce? Perché non un sorriso vero al posto di quei surrogati che quotidianamente ogni dispositivo possibile ci offre? Perché non la rabbia, le lacrime, un abbraccio, due occhi azzurri?

Io credo che la risposta risieda nella volontà, irrefrenabile e mai ammessa, di colmare quei vuoti lasciati dalle nostre insicurezze. Un no virtuale fa meno male di un no vero. Una battuta particolare fa meno arrossire se scritta, piuttosto che detta. Un "ti voglio bene" è più facile da scrivere che da dire.

Ma io dico che quelle stesse insicurezze che ci mantengono schiavi del virtuale sono anche quelle che ci rendono meravigliosamente umani. Il contatto non è un nome che rimanda a un profilo facebook, ma è quell'energia magica e fortissima che ci tiene connessi l'uno all'altro, legati indissolubilmente dalla forza di uno sguardo, dal calore di una mano posata sulla guancia. Anche io provo quella stessa paura di apparire strana, non carina, insicura, timida. Anche io faccio in modo di essere sui social quella che vorrei essere, creandomi un alter ego più simile a quello dei miei sogni, ma altrettanto uguale a milioni di altri. Altrettanto finto. L'unica cosa che ci tiene davvero connessi virtualmente è la stessa volontà di uscire dall'anonimato, uscire dallo schermo, quel desiderio fortissimo di voler instaurare quei tanto amati "contatti" anche nella vita reale.

Perché avere paura? Perché non provarci?

Rendiamo giustizia all'appellativo che ci hanno gentilmente affidato. 

Niente è meno "social" del rimanere chiusi in casa di fronte uno schermo, chiusi in metro davanti ad un cellulare, chiusi all'università davanti ad un tablet.

Sempre, irrimediabilmente, soli.

domenica 26 ottobre 2014

Di sera, nel vento

L'altra sera, dopo un anno esatto, ho sentito il profumo dell'inverno. Mi ha investita, nel buio che avanzava con più celerità rispetto all'estate appena trascorsa.
Avete presente quell'aria fresca, forse un po' troppo per ostinarsi ad indossare ancora magliette a mezze maniche? E avete presente quell'odore di cui essa s'impregna in maniera quasi improvvisa? Una nota che ricorda la dolcezza delle caldarroste, un'altra che si avvicina al profumo di asfalto ed erba bagnati dalla pioggia, un'altra ancora che non riesco a definire con chiarezza, ma che semplicemente mi entra nei polmoni e mi prende la testa. L'unica parola cui riesco ad associarla è "freschezza". La stessa della neve appena caduta, la stessa che avvolge quella debole foschia di cui si veste il mattino nelle sue ore più alte.

D'un tratto mi è sembrato di vedere le lucine di Natale invadere le strade, di sentire la musica dell'inverno. Ad ogni sbattere di ciglia un'immagine nuova, ad ogni respiro una boccata d'aria bianca.

Per qualche istante, l'altra sera, sono tornata indietro. Mi è sembrato tutto immobile, fermo nel flusso di un tempo che scorreva, sì, ma senza di me.
E mi sono sentita al sicuro.

mercoledì 3 settembre 2014

0,01%

Francamente, inizio a credere che le probabilità che la persona che, in teoria, dovrebbe completare la nostra breve esistenza, su 7 miliardi di individui presenti in questa Terra, si trovi esattamente nel nostro Paese, nella nostra regione, nella nostra città, forse addirittura nello stesso quartiere o università, siano veramente, veramente scarse. E dirò di più: questa persona, per una serie di circostanze che sfiorano il limite dell'incredibile, dovrebbe un bel giorno trovarsi nello stesso Paese, nella stessa regione, nella stessa città, nella stessa stanza o situazione dove ci troviamo in quello stesso momento, proprio quello, anche noi? 
Ma seriamente, vi sembra possibile?
Mi pare poco credibile.
Può capitare, non dico di no. Ma la trovo una eventualità estremamente rara.
Questi anni di totale assenza di prove che mi dimostrino che sia anche solo possibile il contrario, me lo confermano.

Per carità, non mi importa, o forse convinco me stessa che sia così.

La frustrazione, tuttavia, nasce nel momento in cui non si saprà mai se in quella percentuale di fortunati, prima o poi, verremo annessi anche noi.
Mi basterebbe un po' di conforto. Un "dai, non ti preoccupare". Oppure un "no" secco. L'importante è sapere e, nel caso, mettersi l'anima in pace.

Ma tutto questo non ci è concesso.

Il futuro. Quel burlone.


sabato 30 agosto 2014

Incantesimi

Ci sono persone che vengono cercate sempre, nonostante tutto. Persone che non rispondono ai più comuni canoni di bellezza, eppure appaiono, invece, bellissime. Colpiscono nel segno, insomma. Riescono a strappare alla vita quella giusta dose di fascino che Madre Natura ha cercato di negargli, e con un colpo di mano ne fanno il loro più grande punto di forza.
Vengono amate, e la gente lotta per avere l'esclusiva nel loro cuore. Vivono storie meravigliose, rubano dai film le scene più belle. Si rendono indimenticabili.

Anche qui, la foto è stata opportunamente tagliata.

lunedì 25 agosto 2014

Di nuovo (ma non troppo)

Mi guardo intorno. Non vedo altro che oggetti.
Li vedo come erano un anno fa. Due anni fa. Quattro anni fa.
Disordinatamente gettati al loro destino, aspettando di essere raccolti, di dire al mondo che esistono.
Di essere ricordati.
Ad ogni trasloco è sempre più difficile. Ogni volta un pezzetto di me deve essere lasciato indietro. Un pezzetto sarà dimenticato.
Mi sento impotente di fronte a tutti questo oggetti. Ognuno di essi racchiude in ricordo. Una speranza, molte volte ancora viva, tante altre già, inevitabilmente, spenta.
Mi sento piena e vuota al tempo stesso.

Ogni volta è un ricominciare. Mai che la storia continui, e protenda verso il lieto fine. Ogni volta potrebbe esserci qualcosa di diverso, di migliore, ma anche qualcosa che non funziona.
E si torna indietro. E si scrive da capo.

Ora capisco perché non ho mai finito un libro. La mia vita è fatta così.

Allora, come potrei?

lunedì 11 agosto 2014

Pioggia di speranze

Cerchiamo nel cielo una speranza. Una soluzione. Forse, un po' di compagnia. 
Il suo linguaggio è uno dei pochi a non aver bisogno di parole. Speriamo ci salvi da una vita spesso vuota, cerchiamo conforto nell'emblema dell'ignoto, del futuro.
Vogliamo certezze.
Quante volte abbiamo incrociato lo sguardo delle stelle? Quante volte abbiamo racchiuso in una di esse un desiderio, nella speranza di vederlo sbocciare, fiorire nella sua caduta?

Vorrei solo che la notte non finisse mai. Vorrei guardare in alto per sempre, specchiarmi in miliardi di piccole, scintillanti solitudini. Vorrei prenderne una, scartarla come un regalo, afferrare il mio desiderio.
Non cadrai con lei.

Sorrido.
In cuor mio, so già che non c'è più.

domenica 20 luglio 2014

La bolla

Ormai sono quasi convinta del fatto che la vita sia intenzionata ad escluderci da ben determinate situazioni. È come se noi, nell'ambito di un quadro già perfettamente costruito, non fossimo proprio previsti. Come se ci trovassimo fuori campo, appena al di là del fuoco di un obiettivo.
Penso che alcune cose non le vivrò mai, perché semplicemente non sono destinata a viverle: in quella foto, in quel quadro, io non ci sono. Non c'entro. 

Naturalmente non parlo dello "straordinario", dell'incredibilmente bello o incredibilmente brutto. Non ci vuole un genio per immaginare che le probabilità di organizzare un viaggio sulla luna insieme ai nostri cari siano veramente scarse... Ammetto tuttavia che se per l'incredibilmente bello vi è una quasi assoluta certezza della sua peculiare irrealizzabilità, per "l'incredibilmente brutto" la certezza si tramuta in speranza, perché nessuno, e dico nessuno, è esente dalle disgrazie di questa vita. Si può solo avere fede... E sperare.

Io però mi sento esclusa da altro. Da eventi che genericamente appaiono "ordinari" ma che per me, evidentemente, non lo sono. Ma perché la vita ci fa stare tanto male per la mancanza di ciò che, invece, ne dovrebbe naturalmente fare parte? Qual è il senso di un'esclusione tanto brutale, di quel muro che mi separa da un mondo che ancora non conosco, da persone che forse mai conoscerò?

Mi sento dentro una bolla con una parete a specchio. Vedo la vita, le persone, i loro amori, le loro "normalità" che scorrono davanti ai miei occhi. A volte sento un profumo, a volte mi sembra quasi che qualcuno si sia accorto della mia presenza al di là di quella fortezza che li riflette e mi imprigiona.

Ma poi quel qualcuno si gira.
Quel profumo svanisce.
Ennesima illusione. L'ennesimo assaggio di ciò che non sarà mai mio.

L'ennesima, sbiadita fotografia, di cui faccio parte solo per metà.

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