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lunedì 17 novembre 2014

Social-solitudine

I social network ci hanno rammolliti. Tutti.

Siamo amici senza neanche cosa significhi l'agitazione che si prova nel dire un "ciao". Preferiamo il piacere voyeuristico dello "spiare" il mondo dietro la finestra virtuale di uno schermo. Abbiamo dimenticato il reale significato di "contatto".

Ho notato che la quasi totalità delle persone con cui ho avuto a che fare (principalmente apparteneti alla mia generazione, quella "social", dunque) non riesce a mantenere un contatto visivo che duri poco più di qualche frazione di secondo. Durante una conversazione si è portati a guardare altrove, proprio e soprattutto nel momento in cui è il nostro turno di argomentazione. Questo avviene non necessariamente con quelle persone che ci mettono in soggezione. Avviene e basta.

La base della conversazione, il contatto visivo, è stata quasi totalmente perduta.

Ci stiamo dimenticando come si fa. Come ci si approccia all'altro senza una possibile mediazione.

Perché preferiamo un messaggio al suono di una voce? Perché non un sorriso vero al posto di quei surrogati che quotidianamente ogni dispositivo possibile ci offre? Perché non la rabbia, le lacrime, un abbraccio, due occhi azzurri?

Io credo che la risposta risieda nella volontà, irrefrenabile e mai ammessa, di colmare quei vuoti lasciati dalle nostre insicurezze. Un no virtuale fa meno male di un no vero. Una battuta particolare fa meno arrossire se scritta, piuttosto che detta. Un "ti voglio bene" è più facile da scrivere che da dire.

Ma io dico che quelle stesse insicurezze che ci mantengono schiavi del virtuale sono anche quelle che ci rendono meravigliosamente umani. Il contatto non è un nome che rimanda a un profilo facebook, ma è quell'energia magica e fortissima che ci tiene connessi l'uno all'altro, legati indissolubilmente dalla forza di uno sguardo, dal calore di una mano posata sulla guancia. Anche io provo quella stessa paura di apparire strana, non carina, insicura, timida. Anche io faccio in modo di essere sui social quella che vorrei essere, creandomi un alter ego più simile a quello dei miei sogni, ma altrettanto uguale a milioni di altri. Altrettanto finto. L'unica cosa che ci tiene davvero connessi virtualmente è la stessa volontà di uscire dall'anonimato, uscire dallo schermo, quel desiderio fortissimo di voler instaurare quei tanto amati "contatti" anche nella vita reale.

Perché avere paura? Perché non provarci?

Rendiamo giustizia all'appellativo che ci hanno gentilmente affidato. 

Niente è meno "social" del rimanere chiusi in casa di fronte uno schermo, chiusi in metro davanti ad un cellulare, chiusi all'università davanti ad un tablet.

Sempre, irrimediabilmente, soli.

martedì 4 marzo 2014

Gabriella

È incredibile come facebook possa essere così finto e reale al tempo stesso. Passiamo ore delle nostre giornate davanti ad uno schermo bianco, nella speranza di sentirci migliori di quello che siamo o, semplicemente, solo un po' diversi. Una vetrina che cattura insicuri, frustrati, malati di solitudine.

Eppure, accade.

In quel mondo così ovattato, filtrato dalla lente di una realtà irreale, cercata e mai raggiunta, in quella stessa teca di incertezze, qualcosa rompe il vetro che separa la realtà "guardata" dalla realtà vera. È come se si venisse scaraventati giù dal letto proprio durante uno dei nostri sogni più belli.  Qualcosa ci mette di fronte ad una verità che fa parte "di quell'altro mondo", quello che siamo costretti ad affrontare al di fuori di uno schermo.

L'altra sera, mi è successo.

Io non ti conoscevo, inutile negarlo. I giorni alle elementari, così lontani, opachi, non li posso considerare. Sarebbe superficiale.
Ricordo bene il tuo sorriso, quella tua "maturità" che, forse, mi faceva un po' paura. Ricordo che eri forte. Che piacevi a tutti. In quella tua risata, ora mi è più chiaro, si capiva quanto amassi la vita, quanto la volessi tenere stretta a te.

Andarsene, a ventun'anni. Il solo pensiero mi fa tremare il cuore.

Non posso sapere cosa hai passato. Cosa hai provato in questi giorni, cosa hai visto in quegli ultimi istanti. So solo che, per affrontarlo, ci vuole tanto coraggio.
Non ti sei arresa, ne sono certa. Hai abbracciato ciò che il Signore aveva in serbo per te.

Io credo che alcune persone non siano solo "di passaggio" in questa vita. In fondo, un po' tutti non lo siamo, però è il primo pensiero che la rabbia e la frustrazione producono dopo eventi come questi. "Signore, perché?", ci chiediamo. "Che senso ha avuto nascere, crescere, studiare, innamorarsi, piangere? Siamo solo pedine di un gioco che non possiamo controllare e da cui non usciremo mai, realmente, vincitori?".

La mia risposta è no.

Io credo che si nasce con uno scopo, sempre. E lo scopo non è necessariamente quello di realizzare se stessi.
Le ho viste le reazioni dei tuoi amici, su facebook. Ho visto quanto fossi amata. In fondo, un po' della loro vita è cambiata grazie a te. E non nella tristezza, non nel dolore... Tu hai lasciato un segno.

Non sei stata di passaggio. La tua vita ha cambiato quella di molte persone, anche semplicemente il loro modo di vedere, affrontare, vivere la morte... e non solo.

Ora sei un angelo. Ma secondo me, in fondo, lo sei sempre stata.
E io, nel mio piccolo, voglio ricordarti così.






venerdì 24 maggio 2013

Via

Lo so, manco da un po'. Un po' tanto, in verità. Vorrei provare a giustificarmi, anche se nessuna scusa potrebbe mai sembrare plausibile. Veramente non ho mai trovato un solo momento, nemmeno uno, per scrivere una qualsiasi cosa sul blog? Se lo affermassi, mentirei.

Ci sono periodi in cui non si riesce nemmeno ad ammettere a se stessi quello che si prova. Si ha paura di un giudizio, di un rimprovero della coscienza. "Perché mi sento così? Perché non voglio guardarmi allo specchio e dirmi in faccia cosa penso?" Trovare risposta a domande simili è complicato. Richiede tempo, silenzio, voglia di ammettere i sentimenti più scomodi. Ci vuole un gran coraggio.
E quindi, che si fa?

Si evade.

TV, facebook, cibo. Ognuno ha il suo. Si "sgombra la mente". Si smette di pensare. Ci si accascia sul divano, si prende la bacchetta magica e si sfilano i pensieri, uno ad uno. Ci si svuota dei problemi, della tristezza. La solitudine si riempie di quel mondo meraviglioso, surreale, mondo di cui noi siamo affascinanti protagonisti. Sembra quasi di innamorarsi con Julia Roberts, o di segnare insieme a Ronaldo. Abbiamo tanti amici, tutti che ci mandano cuoricini e che ci vogliono bene. Siamo belli in quelle foto, siamo popolari con tutti quei "mi piace". E poi, cosa cambia se mangio quel panino o meno? Sono felice ora, questo è l'importante.

Basta poco perché la magia svanisca. Ci accorgiamo che sono passate più di due ore.
Usciamo dalla bolla.

Come mi sento ora, dopo aver vissuto per finta?

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